L’ascesa al Monte San Salvatore
è tra i primi percorsi escursionistici, in senso moderno, descritti e
documentati in Sicilia. Nel volume “Le Madonie”, pubblicato in occasione della
prima edizione della Targa Florio dal Club Alpino Siciliano nel 1906, Fausto
Orestano lo propone come trekking di tre giorni, insieme ai monti Mufara e
Quacella, partenza dal paese di Collesano e discesa a scelta tra i paesi di
Polizzi, Castelbuono, Petralia oppure alla stazione Ferroviaria di Malpertuso.
Non c’erano ancora strade carrozzabili per le alte Madonie e la strada che da
Collesano sale al Piano dei Zucchi era in costruzione. Il nostro percorso inizia
invece da Contrada Pomieri, quota 1300, alle pendici settentrionali del Monte
San Salvatore; tra le più belle contrade montane dal punto di vista
paesaggistico e vegetazionale, raggiungibile per la strada tra Petralia e Piano
Battaglia costruita negli anni settanta. Il nome “pomieri” è dedicato ai
portatori di pomi, ovvero i meli selvatici che in autunno fruttificano
abbondantemente e ritroviamo sparsi e radi tra freschi boschi di rovere, faggio
e agrifoglio, boschi mesofili caducifoglie nelle cui radure verdi crescono il
giallo tulipano selvatico (Tulipa sylvestris), i narcisi (Narcissus
tazetta) e le romulee (Romulea bulbocodium). All’ombra dei perastri,
dei biancospini e delle rose, fioriscono anche le primule, le scille, le peonie
bianche e le viole. Attraversata la fiorita contrada Pomieri, il sentiero sale a
Portella Mele e attraversa la fitta faggeta fino a Cozzo del Filatore per poi
salire ancora, con un lungo tornante, fino alla base della cresta est a quota
1800, tra radure erbose. La zona sommitale è una panoramica cresta di arenarie
silicee che si allunga in direzione est-ovest con vista sui Nebrodi, sul
massiccio del Carbonara, sulle Petralie e sulla valle dell’Imera. Il versante
settentrionale e quello meridionale ospitano ancora faggete: percorse da
stradelle forestali quelle a sud, impenetrabili e selvagge quelle a nord. Una
piccola Sella collega la cima del San Salvatore (m 1912) all’adiacente rilievo
detto Madonna dell'Alto (m 1817), ove sorge un eremo costruito nel 1700, meta di
manifestazioni religiose da Petralia sottana. Nella stessa sella sgorga una
fontana e da qui un'antica mulattiera scende in due ore a Petralia. Dalla cima
si può procedere su cresta verso ovest per scendere dalle pendici settentrionali
di Monte Scalone, attraversare il Vallone Madonna degli Angeli e proseguire sui
versanti sud e ovest di Monte Quacella, fino a Piano Noce sulla strada tra
Polizzi e Portella Colla. Il Vallone Madonna degli Angeli è un intreccio di
situazioni interessanti studiate da geologi e geobotanici: un contatto
litologico tra i carbonati mesozoici e le arenarie arcosiche oligoceniche
interessa i geologi, mentre i geobotanici studiano l'intersezione di areale tra
il faggio, il leccio e gli ultimi venti esemplari di Abete (Abies nebrodensis).
La normale successione di fasce vegetazionali, che prevede che il leccio
e i querceti cedano il posto ai faggi al di sopra di un intorno dei 1400 metri,
sembra solo apparentemente fare eccezione nel Vallone Madonna degli Angeli dove
si osserva il leccio (Quercus ilex) spingersi fino a 1800 metri sul versante
meridionale della Quacella mentre in alcuni punti del fondovalle, posti al di
sotto dei 1500, il faggio (Fagus sylvatica) cresce al suo fianco. In realtà
l'anomalia è apparente perché il leccio, pianta termofila, riesce a spingersi in
quota sul versante meridionale della Quacella, che oltre ad essere molto "caldo"
per l’ esposizione a sud, è anche ripido e ben drenato tanto da risultare
sufficientemente arido dalla tarda primavera all'autunno. Il suolo è scarso ed in
forte pendenza e il substrato della Quacella è roccia dolomitica fratturata; per
un ambiente così la specie forestale che ha sviluppato i migliori adattamenti è
proprio il leccio e, se si osserva attentamente, la linea in cui questo incontra
effettivamente il faggio è lungo la transizione tra due versanti opposti che
hanno clima e natura geologica diversi. Il faggio domina nel versante esposto a
nordovest, fresco e di natura arenacea. Nel vallone Madonna degli Angeli e sui
rilievi limitrofi, dove cresce la faggeta, incontriamo anche il relitto
dell’associazione vegetale faggio e abete, molto diffusa nell'Appennino.
Splendidi esempi sono le Foreste Casentinesi e l'Abetina Reale del Parco del
Gigante. In condizioni naturali l'abete (Abies alba) non forma boschi
puri, ma cresce in ordine sparso all'interno della faggeta. La stessa situazione
che oggi ritroviamo qui puntiforme doveva presentarsi diffusa sui rilievi
siciliani nei periodi freschi del quaternario. Sul gruppo degli ultimi ventidue
esemplari di abete, che crescono su suolo arcosico (arenarie con quarzo
feldspato e miche) insieme al faggio, è stata istituita in Sicilia la specie
Abies nebrodensis. L'Abete dei Nebrodi ha iniziato la sua differenziazione
dalla specie madre (Abies alba) per isolamento geografico presumibilmente
solo dopo le ultime fasi fredde del pleistocene. Il tempo trascorso dovrebbe
essere troppo breve per una speciazione (nascita di una nuova specie) compiuta e
infatti i due abeti si distinguono poco geneticamente. Le notevoli differenze di
dimensioni, e l'aspetto esterno sono spesso prevalentemente risposte fenotipiche
(di interazione tra i geni e l’ambiente) alla maggiore aridità e alla povertà
del suolo in cui crescono. Straordinario e insolito del vallone Madonna degli
Angeli è il punto dove vivono fianco a fianco il leccio, il faggio e l'abete,
sul fondovalle, lungo il sentiero per Monte Scalone, nella zona di transizione
tra versanti diversamente esposti dove uno strato sottile di arenarie copre i
carbonati mesozoici. L’ultimo tratto dell’escursione è ai piedi della Quacella,
anfiteatro di dolomie caratterizzato da ripidi versanti franosi,
ghiaioni e conoidi, ricco di flora endemica di brecciaio e rupestre.